Scrivere gratis è una «schiavitù»?

Questa settimana in RoundUp: il confronto fra due modelli giornalistici sull'obiettività e il futuro della professione; com'è andata la collaborazione fra Guardian, New York Times e ProPublica, al lavoro insieme sui file del caso NSA; perché scrivere gratis in rete? Il dibattito, fra chi la definisce schiavitù e chi invece un male necessario; lasciare il New York Times per Mashable.

di Vincenzo Marino

Obiettività investigativa e futuro del giornalismo: due modelli

Lo scambio fra Glenn Greenwald e un veterano del New York Times come Bill Keller ha monopolizzato per alcuni giorni il dibattito mediatico americano e internazionale. Temi del confronto, il futuro del giornalismo e il ruolo di attivismo e obiettività nella sua produzione, argomenti non nuovi nella discussione diffusa ma che, come sottolinea Hamish McKenzie su PandoDaily, si ripropongono in modo quasi ineludibile e naturale in questi mesi, ora che il contesto generale (per ciò che riguarda la professione) è completamente nuovo, e che le notizie che giungono dall’affare NSA (e sul come le fonti sono state lavorate e diffuse) rischiano di influenzare il lavoro giornalistico e le sue definizioni. Keller si chiede se lo stile del giornalista, blogger e attivista Greenwald, un lavoro di reportage animato da motivazioni ideologiche, sia da ritenere legittimo e futuribile, o se un modello più classico, aderente allo stile del New York Times e ai precetti di neutralità priva di pregiudiziali ideologiche e senza opinioni nel racconto dei fatti, sia ancora da preferire. Greenwald, che ha da poco lasciato il giornale londinese per un nuovo progetto giornalistico finanziato all fondatore di Ebay Pierre Omidyar, replica al giornalista del Times che [tweetable]troppo spesso la presunta imparzialità ha finito comunque per condizionare il lavoro dei reporter[/tweetable] (uno degli esempi riportati è il numero di volte in cui ricorre la parola “tortura” nel definire il waterboarding, diverso a seconda del Paese in cui è praticato), e che una sana e onesta dichiarazione delle proprie ‘visioni’ in merito all’argomento sul quale si lavora, accompagnata ovviamente dall’ossequioso racconto dei fatti, sia un modo più onesto di indirizzarsi al lettore e renderlo partecipe della lente particolare con la quale quel preciso fatto viene raccontato, analizzato e poi commentato.

[tweetable]«Ogni giornalismo è una forma di attivismo»[/tweetable] puntualizza infatti Greenwald: tanto vale dichiarare onestamente le scelte individuali di chi racconta, e non alimentare il mito della distinzione fra chi scrive senza avere opinioni e chi rischia di esserne condizionato, anche dal punto di vista istituzionale (la pressione dei governi, la difesa della patria). Distinzione che per Keller esiste ed è alla base di un racconto obiettivo dei fatti: è [tweetable]la capacità di sospendere il proprio giudizio, e lasciare che le notizie si disvelino senza alcuna deformazione[/tweetable], lavorando con una redazione coesa che sappia bene come e quando pubblicare notizie che potrebbero essere ritenute «minaccia per la sicurezza nazionale» (è il caso della scelta del NYT del 2005, quando decise di sospendere la pubblicazione di un’inchiesta sulle pratiche di spionaggio dell’NSA). Il lungo scambio ha generato un ampio dibattito che ha trovato il punto d’incontro nell’opinione di commentatori come Andrew Sullivan, che sul suo The Dish abbraccia entrambe le tesi («Why Not Both?»). [tweetable]Cercare di apparire obiettivo «è in realtà il contrario dell’essere oggettivo e imparziale»[/tweetable]: nascondere il proprio pregiudizio - anche recondito - volendo apparire terzo può essere «l’opposto dell’onestà». D’altra parte, continua, Greenwald è ancora atteso alla prova di una più stretta produzione ‘istituzionale’, con una testata tradizionale e una collaborazione più classica (col Guardian ha finora collaborato in modo ‘anomalo’, lavorando sia come blogger che come reporter). Ma è un approccio - conclude - del quale c’è bisogno, anche come alternativa all’idea di giornalismo in stile NYT incarnata da Keller, per fondere il «vecchio» e il «nuovo testamento» di un giornalismo nel quale «il messia non è ancora arrivato», commenta Jay Rosen.

Coma funziona la collaborazione fra Guardian, NYT e ProPublica

James Ball del Guardian e Jeff Larson di ProPublica hanno raccontato al Mozilla Festival di Londra alcuni retroscena sulla collaborazione fra le due testate e il New York Times sull’affare NSA - come riporta Journalism.co.uk. Una comunione di sforzi che ha alleggerito le pressioni sul giornale britannico (che da tale non gode, ovviamente, delle tutele del Primo Emendamento della Carta americana) e che ha garantito una più accurata e veloce investigazione sui dati. Si tratta di una storia che hanno definito «technically challeging», che richiede uno sforzo a tempo pieno e un grosso numero di collaboratori. Diversamente da altre ‘storie’, nelle quali la strada tra fonte originale e scoop finale è meno impervia come per il caso Wikileaks (che stando ai due era in grado di offrire ai giornali delle prime pagine quasi ‘automatiche’), in questo caso c’è stato bisogno di un lavoro di decodifica che ha impegnato diverse persone e una collaborazione quasi necessaria. Il lavoro «è proceduto regolarmente» (smoothly) fra le tre redazioni, ha spiegato Larson: ci sono stati dei meeting in cui si è lavorato insieme su informazioni che poi sono state tradotte in articolo da reporter singoli - ognuno diverso, nello stile della testata e sulla base di quanto scoperto. Fondamentale, sottolinea Ball, il supporto di giornali di dimensioni adeguate, finanziariamente e tecnicamente attrezzate: [tweetable]«Without well-resourced newsrooms you couldn’t do it»[/tweetable].

Scrivere gratis è una «schiavitù»?

Questa settimana nel dibattito giornalistico mondiale è ritornato anche il tema del lavoro gratuito su Internet, sollecitato da un articolo di Tim Kreider sulla Sunday Review del New York Times. L’argomento torna ciclicamente a produrre opinioni, ma è il segno - fa notare Mathew Ingram - di quanto le questioni economiche e finanziarie siano destinate ad acquisire sempre maggior rilevanza in questo periodo di repentini ‘sconvolgimenti’ nel settore - sia dal punto di vista dell’industria che di quello del singolo. Tanto più se ci si trova di fronte a una rivoluzione di carattere produttivo: la possibilità per tutti, ovunque, di produrre contenuti a costo zero in un ambiente nel quale - secondo Kredier - è praticamente impossibile fare profitto. Internet, come la bomba atomica per la guerra, ha reso obsoleto tutto il resto, una vera e propria arma puntata contro la creatività. Nessuno si aspetta un taglio di capelli o una bibita gratis, continua, così come nessuno dovrebbe pretendere che lo sforzo intellettuale di chiunque, prodotto su carta o web, non debba essere ricompensato se non in ‘visibilità’ («Artist dies of exporsure»). L’autore parla di «schiavitù», definizione che Ingram su PaidContent rifiuta, ricordando quanto lo scenario commerciale e i processi di produzione di contenuti editoriali siano largamente cambiati - specie in termini economici.

Derek Thompson su The Atlantic cerca di valutare le due tesi opposte: nessuno dovrebbe lavorare gratis, poiché scrivere è un’attività che dovrebbe prevedere una compensazione e non un lusso, ma pretendere che nessuno accetti di collaborare gratuitamente non è più possibile, anche perché questa possibilità ha dato modo di abbattere barriere e categorie e portare ‘alla luce’ idee, contenuti e firme che prima non avrebbero avuto modo di esser letti - l’autore lo chiama «Intellectual surplus» - un’esposizione da capitalizzare adeguatamente, secondo Dan Lewis su Medium. La tesi di Lewis è infatti: è probabile piuttosto che la tua esposizione per il lavoro gratuito non sia ‘effettiva’ esposizione, e che tu non riesca a trasformarla in qualcosa di veramente conveniente. Non si tratta più di arricchire il proprio portfolio di nuovi articoli, ma di «convertire» il seguito - o almeno una parte - di chi ti ospita in proprio pubblico. Di sacrificio quasi necessario, specie per i giovani, parla Daniel D’Addario su Salon, che però non dimentica di precisare che quando si scrive per testate che non siano il giornalino della scuola - per il quale davvero si scrive gratis - allora si lavora «for negative dollars», dal momento che un contenuto ben prodotto prevede comunque un costo in termini di lavorazione.

Dal New York Times a Mashable

Altra notizia di rilievo della settimana è il passaggio dell’assistant managing editor del New York Times - nonché ex nome di punta di Reuters - Jim RobertsMashable, sito per il quale andrà a ricoprire il ruolo di executive editor. Il suo obiettivo dichiarato è espandere la base ‘giornalistica’ della testata, concentrata attualmente sull’aggregazione di contenuti altrui e sui contenuti di carattere tecnologico, avvalendosi delle ‘social-web skill’ del sito. Raggiunto da PaidContent, Roberts ha ammesso di nutrire molta fiducia nei progetti di Pete Cashmore - il fondatore - e nelle ambizioni della redazione, un progetto da 20 milioni di visite uniche mensili che stando alle parole del Chief Operating Officer Mike Kriak sarebbe attualmente in terreno positivo dal punto di vista economico. L’arrivo di un protagonista del giornalismo ‘classico’ - sebbene attento alla rivoluzione digitale - si inscrive nella stessa scia di ‘trasferimenti’ come quello di Ben Smith da Politico a BuzzFeed e di Tim O’Brien dal New York Times all’Huffington Post, una fila ormai numerosa di giornalisti provenienti da redazioni stabili che decide di fornire il proprio contributo ‘old media’ a nuovi progetti digitali nati senza pretese prettamente giornalistiche né con le stesse eredità strutturali.